autore

Scelsi Giacinto

  1. Nato il 08/01/1905 a La Spezia
  2. Morto il 09/08/1988 a Roma

Note biografiche

Ha studiato Composizione a Roma con Giacinto Sallustio (perfezionandosi in seguito con Ottorino Respighi e Alfredo Casella), Tecnica dodecafonica con W.Klein e si è perfezionato con E.Koelher.
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Nato da famiglia aristocratica, Giacinto Scelsi inizia a frequentare il mondo artistico, musicale e letterario negli anni Venti durante i suoi numerosi viaggi all’estero, conoscendo figure come Jean Cocteau e Virginia Woolf, che lo introducono ai movimenti culturali internazionali dell’epoca. Attivo già negli anni ’30 (nel 1931 viene eseguito a Parigi il suo poema sinfonico "macchinista" Rotativa), studia in Svizzera la musica di Scriabin e a Vienna quella di Alban Berg, e nel '37 è il primo italiano a scrivere in linguaggio dodecafonico. Trascorre il periodo del secondo conflitto mondiale in Svizzera, dedicandosi prevalentemente ad approfondire i suoi interessi per poesia, arti visive, lo Zen e il misticismo orientale e le dottrine esoteriche. Tornato a Roma, l’abbandono della moglie gli causò un forte esaurimento nervoso, da quale uscì suonando, come terapia, una singola nota di pianoforte in continuazione. Ciò lo guidò verso la svolta decisiva nella sua scrittura, basata su un largo uso dei microintervalli e su una dimensione "a-costruttiva" del tutto anomala nel pensiero musicale dominante in Europa e più vicina invece alle concezioni orientali nella sua dichiarata volontà di "raggiungere il cuore del suono", come esemplificata nel brano-manifesto "Quattro Pezzi per Orchestra (ciascuno su una nota sola)" del 1959.
Come scrisse Gregory Reisch, Scelsi “arrivò a concepire la ‘singola’ nota come una infinitesima particella di una forza sonica infinita, e perciò come un mondo sonoro senza limiti. Iniziò a concepire l’esplorazione timbrica, dinamica e micro tonale delle singole note nei suoi lavori come delle “attivazioni”: delle proiezioni definite temporalmente di una realtà sonica atemporale. […] Rifiutando la proposizione estetica che un suono debba progredire verso altri suoni per assumere un qualsiasi significato, rinunciò essenzialmente a tecniche convenzionali come sviluppo tematico, variazioni melodiche, elaborazione contrappuntistica, progressione armonica e risoluzione nella cadenza”. Originalissimo fu anche il metodo di composizione che adottò da allora in poi: registrava infatti su nastro magnetico le proprie improvvisazioni all’ondiola (primo strumento elettronico capace di riprodurre i quarti e gli ottavi di tono), affidando poi la trascrizione a collaboratori che operavano sotto la sua guida. Il lavoro si arricchiva successivamente con dettagliate indicazioni per l’esecuzione e con accorgimenti per la realizzazione del particolare suono da lui cercato (sordine appositamente costruite per gli archi, strumenti a corde trattati come percussioni, filtri per deformare il suono dei fiati, basi di registrazione preesistenti quale traccia all’esecuzione), in stretto rapporto di collaborazione con gli interpreti. Innovativo era anche il suo metodo di orchestrazione, che consisteva nell’accoppiare strumenti simili sfasati di un quarto di tono, con imprevedibili effetti di battimento” (lo stesso effetto ricercato anche da La Monte Young con le onde sinusoidali).
Nel 1958 Ravi Shankar, ancora lontano dall’incontro con George Harrison che lo rese celebre nel mondo del rock, fu invitato da Frances Mc Cann e Scelsi a tenere un concerto a Roma, nell’ambito delle attività della Rome-New York Art Foundation. In quell’occasione Shankar dedicò tre improvvisazioni al sitar a Scelsi, il quale ebbe l’accortezza di registrarle. E nel ’64 a Parigi, i Dagar Brothers, per la prima volta in Francia, andarono a congratularsi con lui dopo aver ascoltato la sua Xynobis per violino solo. Ovvi i punti di contatto tra il viaggio verso il “cuore” del suono del compositore italiano, la scomposizione degli elementi interni di una singola nota, e il concetto dei suoni “non-agiti” del Nada Yoga, la vibrazione interna, l’energia primaria delle cose e dell’universo che, per la tradizione indiana, tra i suoni udibili può venir approssimata solo dalla sillaba Om (che conclude uno dei capolavori di Scelsi, Konx-Om-Pax del ‘69; narrano le cronache che anche John Cage si unì al pubblico e al coro nell'intonare l'Om finale durante la prima di Francoforte dell’86).
Ignorato quando non apertamente boicottato dall'ambiente accademico italiano, Scelsi riceve invece visite e attestati di ammirazione da parte dei compositori americani di passaggio per Roma come Cage, Feldman, Brown, e dei più giovani Charlemagne Palestine, Frederic Rzewski (che eseguì delle sue prime per pianoforte) e Alvin Curran. Viene eseguito e stabilisce strette collaborazioni con interpreti come Michiko Hirayama, Joëlle Léandre, Frances Marie Uitti, l’Arditti Quartet e Stefano Scodanibbio. Nel ’74, una giovane Diamanda Galàs esegue il suo Manto a Parigi.
Proprio con Curran e Roberto Laneri fonda l’etichetta autoprodotta Ananda, pubblicando, oltre agli Lp d’esordio di Alvin e Prima Materia, i primi due Lp dedicati alle sue musiche, che escono nel 1978 e 80, quando ormai ha passato i 70 anni (significativo anche il fatto che le uniche pubblicazioni precedenti siano state il Quartetto no. 4 selezionato da Earle Brown per la sua collana di dischi Mainstream nel ‘72, e un disco di Paul Zukofsky del ‘76 che accostava Anahit a brani per violino solo di Xenakis e Philip Glass).
Il lavoro di Scelsi rimase comunque pressoché sconosciuto lungo quasi tutta la sua carriera. Furono solo i concerti a lui dedicati in Germania nel febbraio ‘86 e ottobre ‘87, e a meno di un anno dalla sua scomparsa, con le prime di molti suoi brani orchestrali spesso composti decenni prima, a imporre una seria riconsiderazione della sua musica. L’impatto causato dalla tardiva scoperta delle opera di Scelsi fu così descritto dal musicologo Harry Halbreich:
“Un intero capitolo della storia musicale recente deve essere riscritto: la seconda metà di questo secolo è ora inconcepibile senza Scelsi... Ha inaugurato un modo completamente nuovo di fare musica, fin qui sconosciuto in Occidente. Nei primi anni ‘50, c’erano poche alternative alla camicia di forza del serialismo che non riconducessero al passato. Poi, verso il 1960–61, arrivò lo shock della scoperta delle “Apparitions” e di “Atmosphères” di Ligeti… nessuno sapeva che c’era un compositore che aveva intrapreso un cammino simile anni prima, e in modo ben più radicale: Giacinto Scelsi”.
Già nel 1976, il Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (con Franco Evangelisti, Ennio Morricone e Giancarlo Schaffini) aveva dedicato al compositore un Omaggio a Giacinto Scelsi di 16 minuti sul loro Lp per la Cramps; altri omaggi espliciti da parte di compositori “non ortodossi” si sono succeduti fino al giorno d’oggi, da Alvin Curran (il quartetto Vsto, e il For Giacinto scritto per il Rova) a John Zorn (che in Absinthe campiona alcuni brani vocali), a Marc Ribot (Scelsi Morning) alla compilation Lontano (2009), che raccoglie brani di David Toop, Rafael Toral, Elio Martusciello, Scanner, Eddie Prevost, KK Null e altri.
Il film del video artista inglese David Ryan (il primo mai dedicato al compositore, che notoriamente rifiutava scatti fotografici e riprese, preferendo farsi rappresentare da un simbolo, un cerchio sopra una linea), indaga diversi aspetti della casa di Scelsi a Roma, le relazioni tra suoni e ambienti, e la sua atmosfera unica di fronte al Foro Romano. A metà tra il documentario sperimentale e il saggio poetico filmico, mostra anche i primi strumenti elettronici (Ondiole) su cui Scelsi compose e improvvisò, suonati in una rara performance dal pianista Oscar Pizzo. Il lavoro esiste sia in versione single screen che come installazione a tre schermi in loop. Partendo dall’esperienza di ascolto di 4’33” di Cage, che i suoni sono sempre suoni con una profondità di campo nello spazio, e individuando la musica di Scelsi come formata essenzialmente da processi che mettono in discussione la relazione tra suono e struttura e tra improvvisazione e composizione, Via di San Teodoro 8 si propone come un “esercizio di ascolto” dell’ambiente in cui Scelsi compose la sua musica microtonale, sviluppandosi come un'improvvisazione all'interno del suo contesto filmico e architettonico.
"Vivo a Roma in una casa situata di fronte al Palatino che poggia esattamente su una linea ideale di demarcazione tra Oriente e Occidente - e per chi intende - spiega la mia vita e la mia musica", scriveva Scelsi nella sua autobiografia: "...come ad ogni persona, ad ogni uomo per respirare ed esprimersi è necessario uno spazio vitale [...], così il suono ha bisogno di uno spazio vitale ad esso proporzionato per poter risuonare, vibrare ed esplicare il suo potere creativo".
Walter Rovere su http://www.aaa-angelica.com/aaa/angelica-giacinto-scelsi

 


Altre note

8 gennaio 1905 / Un ufficiale di marina dichiara la nascita di suo figlio / una educazione medievale / un antico castello nel sud dell'Italia / Vienna / Studio sulla dodecafonia / Londra, matrimonio / ricevimento a Buckingam Palace / India / (yoga) / Nepal / Parigi / concerti / (opere che hanno lasciato tracce nelle fessure) / ponti / (conversazioni con i campanari, / volate sulla corrente) / sopravvivono dei poemi inestinguibili / a Roma / / suoni / vita solitaria / negazione di ciò che rende opaco l'uomo / qualcosa dimenticata?
Giacinto Scelsi
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«La musica non può esistere senza il suono. Il suono esiste di per sé senza la musica»
Giacinto Scelsi
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Più che compositore Scelsi si considerava «messaggero» di linguaggi che effettivamente si sono spesso rivelati precorritori di ciò che l'avanguardia avrebbe utilizzato molto più tardi.
"Illuminato" dalla cultura orientale, la sua musica non può ascriversi a nessun ambito o essere schematizzata secondo canoni "tradizionali".
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Il concetto di "World Music" è importante per spiegare i vari fenomeni musicali del XX secolo. L'intensa espansione dei mezzi di comunicazioni di massa ha incoraggiato l'esplorazione delle differenti società culturali. Negli anni '80, il termine "World Music" fu utilizzato per descrivere "la musica popolare fusa con la musica etnica". Questo fatto ha portato molti ad una generale associazione del termine esclusivamente con questo nuovo genere. Grosso modo due distinzioni sono possibili, una si riferisce al materiale, come l'impiego di scale non-occidentali, i modelli ritmici, i micro-intervalli, e l'altro che si riferisce all'esterno del contesto musicale, per esempio l'idea di fare della musica per il mondo intero [particolari esempi sono Stockhausen con il suo Telemusik, alcune opere di Takemitsu o Berio con certi suoi lavori quali Folk Song o Voci per viola e orchestra. NdA].
L'idea di "World Music" è particolarmente riflessa nell'opera compositiva di Giacinto Scelsi. In gioventù Scelsi fece il giro del mondo raccogliendo una varietà di stimoli artistici, soprattutto dalla musica tibetana e indiana. La natura modaledei suoi lavori (il centro tonale da cui le scale non-europee sono imbastite) è un risultato di queste influenze.
MAKNONGAN può essere eseguito da qualunque strumento grave ("per 1 strumento grave"). La partitura propone la tuba, il controfagotto, il saxofono basso, il flauto basso, il contrabbasso a corde ed anche la voce di basso. L'inizio soprattutto suggerisce una ispirazione dalla musica tibetana. L'Opera ruota intorno a tre note, SOL, SOL# e LA che vengono "disturbate" da altre note. Il procedimento formale è contrario a quello della pratica corrente, il debutto mostra uno stato di agitazione che si dirige gradualmente verso una fine calma e molto prolungata sul SOL.
Scelsi criticò molto aspramente la musica occidentale soprattutto per la sua primaria attenzione alla struttura e la mancanza di attenzione per "le leggi sonore, l'energia e la vita stessa". Pertanto la sua astrazione dalla forma non sorprende in IXOR, un lavoro per clarinetto o altri strumenti ad ancia. C'è una clamorosa mancanza di sviluppo formale. Come è tipico in molti lavori di Scelsi, Ixor è centrato sul conflitto fra riposo e movimento, ripetizione di note prolungate in conflitto con movimenti vicini rapidi.
Il titolo TRE PEZZI fu usato da Scelsi in diverse occasioni. Nel 1956 egli scrisse, per differenti strumenti soli, alcune opere indipendenti con lo stesso titolo (il numero esatto è difficile da stabilire in quanto l'opera di Scelsi è ricca di confusione). Tutti i Tre pezzi utilizzano delle formule melodiche, un numero limitato di note ripetute con delle formule ritmiche variate simili a quella del fagotto solo nell'introduzione della Sacre du printemps di Strawinsky.
Il primo pezzo contiene due voci distinte. La voce acuta contiene il DO sostenuto. La voce più grave ha differenti note sostenute unite fra loro da arabeschi fraseggi, suggeriti dalla musica araba. Il secondo pezzo (Dolce, meditativo) è costruito intorno ad una scala diatonica ed è più melodico degli altri due pezzi. Qui siamo facilmente rimandati a dei metodi compositivi di Scelsi ispirati dalla teosofia spirituale e dalla pratica dello yoga. Il terzo pezzo assapora la sonorità pentatonica con grida d'uccelli fluttuanti nel registro acuto [...]
[...] La sua musica fu ampiamente ignorata fino agli anni '70. Le sue opere giovanili infatti, per esempio il suo Schoenberghiano String Quartet n°1, possono essere qualificate come modernistiche. Il suo stile subì poi un radicale cambiamento a causa di una auto-terapia ch'egli praticò fra il 1948 e il 1952. Questa implicava la ripetizione d'una sola nota al pianoforte per diverse ore consecutive. Le composizione che ne risulteranno convergeranno sulla variazione di una nota o d'un accordo unico, come nel Quattro pezzi ciascuno su una nota sola.. Come tale, il suo stile più tardivo si è guadagnato un posto nella storia della musica contemporanea, soprattutto per l'influenza sui compositori della Musica spettrale. [Per F.Broman dalle note di copertina del CD The Solitary Saxophone di C.Delangle, BIS-CD-640]
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Si segnala “The saxophone in the music of Giacinto Scelsi (1905-1988)”, di Susan Laverne Fancher (https://www.facebook.com/susan.fancher.3) reperibile presso le seguenti biblioteche: Northwestern University, Evanston, IL 60208 United States; University of Iowa Libraries, Iowa City, IA 52242 United States; Paul Sacher-Stiftung, Basel, 4051 Switzerland.
«This paper contains biographical information about Giacinto Scelsi (1905--1988), analysis of his solo works for saxophone, discussion of the extensive use of the saxophone in his orchestral and large ensemble music, performance practice issues, a discography and a bibliography. A discussion of the international uproar resulting from claims that Italian composer Vieri Tosatti (b. 1920) was Scelsi's "Ghostwriter" is included. The analysis of the solo pieces Tre pezzi (1956), Ixor (1956), and Maknongan (1976) deals primarily with phrase structure, pitch class accumulation, and migration through fundamental structural pitches. The analysis of the second movement of the Tre pezzi also examines the retrograde passages found in this piece. The orchestral and large ensemble works that incorporate the saxophone are Yamaon (1954--1958), I presagi (1958), Quattro pezzi (ciascuno su una nota) (1959), Hurqualia (1960), Anahit (1965), and Pranam I (1972). Performance practice issues discussed include vibrato, the improvisational quality versus strict notation of Giacinto Scelsi's music, and flexible instrumentation and pitch level for performance of the solo works. The preparation of the saxophone used in movements five and seven of the song cycle Canti del capricorno (1962--72) is also mentioned.»

 


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Opere

Anahit V & Ens+ T - 1965

Canti del Capricorno Vo.f Sx Perc - 1962/72

Hurqualia O.+ T - 1960

I presagi Ens+ T - 1958

Ixor S - 1956

Kya Sx & Ens - 1986

Maknongan BS - 1976

Maknongan CBS - 1976

Pranam I Alto & Ens+ A NM - 1972


Tre pezzi Sx - 1956

Yamaon Basso A B Cfg Cbs Perc - 1954/58


 
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