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Fusco Ugo

  1. Nato il 11/09/1923 a Lanciano CH
  2. Morto il 09/2000 a San Vincenzo LI

Note biografiche

Studi

Cresciuto in un ambito sempre pervaso di musica, già dagli anni ’30, quando vivendo a Recanati il padre era amministratore del mitico cantante Beniamino Gigli, ebbe la possibilità di ‘maneggiare’ un saxofono King che il padre portò al rientro da una tournée americana del famoso tenore. «Negli Stati Uniti mio padre poté apprendere un nuovo modo di suonare gli strumenti ad ancia. Fino a quel periodo venivano suonati ripiegando sui denti sia il labbro inferiore che quello superiore, per cui non si concepiva uno strumento ad ancia che vibrasse. La novità ‘americana’ consisteva nell’appoggiare gli incisivi sopra il bocchino. Questo permetteva di modificare più agilmente la pressione sull’ancia e quindi vibrare, ma anche di poter suonare molto più a lungo.» Fu il fratello Alberto che lo istruì nei primi rudimenti del suonare il saxofono.

Avviato allo studio della musica, ad 8 anni suonava il Clarinetto piccolo. Dopo un periodo di studi a Firenze con Temistocle Pace, si diploma in Clarinetto presso il Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma nel 1943, con Carlo Luberti (a sua volta allievo del grande Magnani) e prosegue nello stesso Conservatorio lo studio nel corso straordinario di Clarinetto basso con Arturo Abbà e, nel frattempo, nei 2 anni di perfezionamento prende parte all'attività dell'Orchestra del Conservatorio sotto la direzione dell’illustre Franco Ferrara.

Invitato da Bruno Maderna in Germania, nel '50, per i Ferialkurse di Darmstadt, si avvicina allo studio del Flauto a becco con cui si avvierà ad una intensa attività concertistica in Trio (Flauto a becco, Violoncello, Pianoforte) stimolando, tornato in Italia, l'apertura di una cattedra per l'insegnamento di questo strumento presso il Conservatorio di Pescara.

 

Attività

Nel 1943 vince il concorso per Clarinetto e Saxofono nell'Orchestra di musica leggera della RAI di Roma dove rimarrà fino al 1968 (direttori Barzizza, Fragna, Segurini, Trovajoli, ecc.). Con lo stesso ruolo, nel 1954 entra nell'Orchestra Sinfonica della RAI di Roma (dove suonerà sotto la direzione di Bruno Maderna, Pierre Boulez, ecc.).

«L'avvicinamento al saxofono si deve alla richiesta della pratica di questo strumento per l'entrata nell'Orchestra di Musica Leggera della RAI diretta da Nello Segurini (in seguito a nome di Armando Trovajoli) e alla facilità nell'apprendimento dello stesso tramandataci da nostro padre [all'intervista era presente anche il fratello Alberto. NdA] il quale era reputato ottimo sax tenore. Lui aveva iniziato lo studio del saxofono all'età di 10 anni, nel 1894, in seguito alla necessità della Banda di Lanciano a conformarsi alla riforma degli organici delle Bande Musicali e grazie al direttore della stessa (Augusto Centofanti) che riuscì a reperire personalmente dei saxofoni. Poi c'era mio fratello Gerardo che era capace saxofonista e direttore d'orchestra e Quintino che era 1° saxofono della Banda Comunale di Venezia: in questo contesto la nostra evoluzione individuale avveniva attingendo uno dall'altro ciò che singolarmente si scopriva».

 

Camerismo/Gruppi/ecc.

Fra i fondatori del Quartetto Italiano di Saxofoni, con esso ha partecipato nel 1960 al XXIII Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia eseguendo in prima mondiale "Ideogrammi n. 2" di Aldo Clementi.

Con il complesso di Pierre Boulez, ha eseguito l'integrale della musica da camera di Arnold Schonberg.

Ha partecipato anche all'attività cameristica dell'Associazione Filarmonica Romana suonando, sotto la direzione di Hindemith, Stravinsky, Hermann Scherchen, prime esecuzioni di opere degli stessi. Il 23/09/1960 ha partecipato alla Biennale di Venezia per l’esecuzione del “Pierrot Lunaire” Op. 21 (1912) di Schonberg e con Magda Laszlo, Severino Gazzelloni, Dino Asciolla, Bruno Morselli, sotto la direzione di Pietro Scarpini; invitato da Bruno Maderna in Germania, nel '50, ha partecipato ai Ferialkurse di Darmstadt.

Ha inciso dischi a Colonia anche con il Quartetto Perrenain di Parigi.

Nel 1981 (prima esperienza di questo tipo in Italia) ha fondato presso il Conservatorio di Pescara l'"Orchestra Saxophone" (Luciano Ciavattella/S, Massimo Mucci/A, Angelo Cavedo, Vittorio Cerasa, Livio Berardi) che in seguito, a Palermo, ha preso il nome "Adolphe Sax Orchestra", “Sax Orchestra”, “New Sound Saxophone Orchestra” costituita secondo le tradizionali formazioni d'archi, aggiungendo ai saxofoni (S, A, T, B, con vari raddoppi) altri strumenti che ne spezzassero l'uniformità timbrica (originariamente costituita da 1S, 8A, 2T, 2B, 1Ob, 1Tr e successivamente 1S, 8A, 3T, 3B, 1Ob, 2Tr). Componenti della formazione palermitana erano: Giuseppe Palma/S, Ignazio Calderone/A, M.A.Navetta/Cl. Gaetano Costa/A, Gianfranco Gioiua/Cl, Antonino Peri/A, Giovanni Calderone/Tr, Gianfranco Brundo/A, A.Peri/Tr, Francesco P. Caradonna/T, Vincenzo Mangiaracina/T, Mario Salvatore Bommarito/B. 

Il Maestro ricorda, in maniera confusa [non ho sempre trovato riscontri precisi], alcuni autori che dice «Per la Adolphe Sax Orchestra hanno composto dei lavori Eraclio Sallustio, Ruggero Lolini, Giampaolo Chiti, Gaspare Lonigro, Ottavio De Cesaris.»

 

Insegnamento

Grazie all'interessamento dell'allora direttore Firmino Sifonia, nell’anno scolastico 1969/70 viene istituito il corso di sassofono al Conservatorio “L. D'Annunzio” di Pescara, e Ugo Fusco, vinto il concorso a titoli per quella cattedra, inizia l'insegnamento nell'anno scolastico 1969/70 (precisamente il 30.1.1970).

Fusco ricorda: "Iniziai una vera e propria ricerca in Italia di metodi scritti per saxofono, dando la precedenza ad autori italiani. Trovai poco materiale, ma di buona qualità: Salviani, Ruggero, Cuneo, Giampieri, Taddei, Di Domenico, e il metodo di mio fratello Alberto. Successivamente ho trovato degli ottimi metodi scritti per oboe e gli ho adattati, considerando che quasi tutti i metodi francesi per saxofono sono stati trascritti da Mule da quelli per violino ed oboe."

Ugo Fusco ritratto in occasione di un saggio di classe nel 1973

Rimarrà a Pescara fino all’anno scolastico 1982/83, quindi sarà a Palermo nel 1983/84, ancora a Pescara dal 1984 al 1986 e nuovamente a  Palermo  dal 1986 e fino all'anno del pensionamento avvenuto nel 1993.

Ha fatto parte della Commissione giudicatrice (Romano Mauriello, Gianfranco Rango, Federico Mondelci sostituito poi da Ugo Fusco) del Concorso per l'assegnazione delle cattedra di "Sassofono", istituita con Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione il 12.7.89, tenuto a Palermo e della Commissione per il Concorso per soli titoli tenuto a Milano alcuni anni prima.

 

Allievi

Numerosi gli allievi che con lui hanno studiato e che oggi sono esponenti mirabili del saxofonismo ‘classico’ in Italia.

A Pescara: Angelo Cavedo, già docente presso il Conservatorio di Reggio Calabria; Vittorio Cerasa, già docente presso il Conservatorio di Monopoli; Luciano Ciavattella oggi – 2019 – titolare di Cattedra al Conservatorio di Pescara; Massimo Mucci, docente a Monopoli; Livio Berardi.

A Palermo: Gianfranco Brundo, docente di saxofono al Conservatorio di Messina; Ignazio Calderone, dal 1992/93 titolare a Palermo; Gaetano Costa, titolare a Palermo; Giuseppe Palma, titolare a Palermo; Antonino Peri, titolare a Trapani; Luciano Inguaggiato, collezionista di saxofoni e specializzato nell’esecuzione del repertorio storico del saxofono.

 

 

Un sentito ringraziamento a Luciano Inguaggiato per alcune informazioni e fotografie del Maestro Fusco.

 


Altre note

Ugo Fusco. Intervista di Alberto Domizi

Il sassofono, N. 0, Agosto 1988

Il nostro secondo appuntamento per “l'intervista” e con il M° Ugo Fusco, dal 1969 docente di sassofono presso il Conservatorio di Musica “Luisa D'Annunzio” di Pescara.

Pescara, 2/12/1987.

...

Come e quando si è avvicinato alla musica?

Ho iniziato all'età di 8 anni con il clarinetto piccolo in Mib. Ho studiato a lungo il clarinetto, prima a Firenze con il M° Pace, quindi a Roma con il maestro Carlo Luberti, allievo di Magnani. Nel 1943 ho vinto, con il sassofono, un concorso alla Rai di Roma. Ho anche svolto una notevole attività concertistica con il flauto dolce. Tra l'altro, e con il mio contributo che è stata aperta la cattedrale di flauto dolce al Conservatorio di Pescara.

Nella mia famiglia, c'è sempre stata all'abitudine di fare musical. Negli anni trenta, infatti, abitavamo a Recanati: mio padre era l'amministratore del famoso tenore Beniamino Gigli.

Di ritorno dall'America, a seguito di una delle tournée effettuate dal grande cantante negli Stati Uniti, papà portò un sassofono King, che mio fratello Alberto ancora possiede. Il primo in famiglia a dedicarsi a questo “nuovo” strumento, fu proprio Alberto, come complemento al clarinetto però, poiché solo quest'ultimo, allora, garantiva un lavoro. Erano gli anni del Charleston e Alberto inizio a suonare il sassofono nelle sale da ballo, con i ritmi in bocca a quel tempo.

Negli Stati Uniti mio padre poté, tra l'altro, apprendere un nuovo modo di suonare. Fino a quel tempo, in Italia, gli strumenti ad ancia semplice, venivano suonati ripiegando sui denti sia il labbro inferiore, che quello superiore, per cui non si concepiva uno strumento a fiato che vibrasse.

La novità “americana” consisteva nell’ appoggiare gli incisivi sopra il bocchino. Questo sistema permetteva non solo di vibrare, ma anche di suonare per molto più tempo. Le tante ore passate a fare notti lunghe, assai utili a parer mio, non erano più così massacranti. In questo modo iniziai anch'io, con l'aiuto di mio fratello Alberto, a studiare questo meraviglioso strumento dalle risorse incredibili.

Come è entrato il sassofono in Conservatorio?

Grazie a mio fratello Alberto. Fu lui che 24 anni fa (nel 1963) convinse il maestro Selvaggi, allora direttore del Conservatorio “Rossini” di Pesaro, a richiedere al Ministero l'apertura di una cattedra di sassofono, divenuta effettiva a partire dall'anno successivo 1964/65.

In verità esisteva già Salerno, in un liceo musicale privato, un corso facoltativo tenuto dal clarinettista Maestro Francesco Florio che, prima di Pesaro, costituiva l'unico posto in Italia in cui si potesse studiare il sassofono, solo però come complemento del clarinetto.

Mio fratello a quei tempi, suonava nell'orchestra Sinfonica della Rai di Roma. Pensando di risolvere i problemi di tante orchestre italiane, spesso costrette a chiamare sassofonisti strainieri, Alberto Fusco ottenne l'istituzione della prima cattedra di sassofono, (e fu quindi il 1° sassofonista italiano ad insegnare in conservatorio), creando così le basi per un futuro che, date le numerose iscrizioni, prometteva già bene.

Quali soluzioni suggerisce ai giovani sassofonisti che, terminati gli studi, si accingono ad affrontare il mondo del lavoro?

Certamente quello che voi giovani sostenete è molto giusto. Approfondire lo studio di uno strumento è cosa già di per sé complessa e completa. È anche vero, però, che vivere facendo il concertista non è concepibile per tutti. Perciò tenuto conto anche delle reali possibilità di impiego, “noi” ci siamo dovuti adattare a quelle proposte di lavoro che non offrivano alternativa. Il problema è sempre lo stesso, c'è ancora troppa poca musica scritta per sassofono per giustificarne l’immissione permanente in orchestra. Bisognerebbe coinvolgere maggiormente i compositori su questo punto. Occorre trovare nuove soluzioni timbriche, unire il sassofono ad altri strumenti: alla viola per esempio, ed in generale agli strumenti a corde sfregate. Vanno tentate nuove combinazioni cameristiche che valorizzino il sassofono e diano un tocco timbrico particolare ad abbinamenti strumentali già troppo sfruttati e scontati.

Ci si potrebbe inoltre rivolgere alle case editrici più famose (Ricordi, Sonzogno, Carisch) e suggerir loro di immettere negli organici orchestrali il sassofono, visionando quelle opere che più si adattano ad un cambiamento di colore all'interno della formazione orchestrale. Questa, penso possa essere una buona carta da giocare. Certo, bisogna saper proporre delle soluzioni interessanti ed accattivanti.

È oltremodo importante, infine, essere il più possibile presenti nei cartelloni concertistici, soprattutto di società importanti. È indispensabile che la gente conosca la voce del sassofono classico.

Per quanto riguarda, invece, il repertorio solistico ritengo di estrema utilità l'istituzione di concorsi. L'A.S.I., può benissimo promuovere una simile iniziativa.

Indire cioè un concorso a carattere europeo, con scadenza magari quinquennale, mettendo in palio premi molto consistente. Si possono pensare composizioni per sassofono e quartetto d'archi, sassofono e quartetto di fiati, sassofono, percussioni ed ance, ecc...

..Sono certo che, con i soldi delle iscrizioni e un piccolo aiuto da parte di qualche volenteroso (io sarei il primo), una così interessante iniziativa andrebbe in porto.

Per concludere posso comunque affermare di essere ottimista: le possibilità non mancheranno per i futuri sassofonisti, solo bisogna avere pazienza e farsi apprezzare poco a poco.

Quali sono, secondo lei, i compositori che fino ad oggi hanno saputo valorizzare il sassofono classico in Italia?

Petrassi, soprattutto. Ma anche Clementi il quale ha scritto “Ideogrammi n. 2” eseguita da noi (U. Fusco, s.s.; A. Fusco, s.a.; E. Sallustio, s.t.; A. Russo, s.b.) a Venezia, in cui è inserito un quartetto di sassofoni.

Purtroppo però, in pochi si sono dedicati a questo strumento. Abbiamo invece molta musica francese è americana.

Cage deve aver scritto qualcosa la cui prima esecuzione a Roma, si deve a mio fratello Alberto. Fra i francesi a me piace molto Ibert. Molto bella e anche un opera di Jean Francaix, una composizione in tre atti per pianoforte, 4 sassofoni e coro, che eseguii a Torino nel ‘54 con il "Quartetto Italiano di Sassofoni" sotto la guida del M° Basile.

Della musica tedesca vanno ricordate la sonata di Hindemith e le musiche stupende di “Lulu” e del "Woozzeck" (che include un quartetto di sassofoni) di Alban Berg.

Cosa ne pensa dell'ASI?

È senz'altro una buona iniziativa a cui nessuno aveva mai pensato. Sarebbe però auspicabile la nomina di un rappresentante per ogni provincia, una persona che periodicamente tenga i contatti con l'associazione. I soci devono collaborare di più, essere più attivi.

All'A.S.I. inoltre, credo spetti il compito di aiutare i giovani, anche organizzando dei concerti.

Come lei sa da qualche anno in italia sta prendendo piede la scuola francese, che cosa ne pensa?

Bisogna premettere che in Italia ci sia sempre basati sulla scuola francese nell'insegnare gli strumenti a fiato.

Prova ne è che la tecnica di suonare con l'ancia rivolta verso il basso deriva dai francesi, mentre nella vecchia scuola napoletana di clarinetto ad esempio, si insegnava a suonare con il bocchino rovesciato e l'ancia a contatto con il labbro superiore. L'apporto della scuola francese, è stato determinante e le tecniche d'oltralpe hanno permesso di controllare meglio l'intonazione, i piani, i forti, ecc...

Per ciò che concerne specificamente la scuola francese di sassofono è indubbio che vi siano tantissime cose buone. Anche se ho l'impressione che si tende troppo ad impostare lo studio sul solismo, quando invece va data pari importanza alla musica cameristica. Suonare insieme ad un flauto, un oboe, un clarinetto, un fagotto, una viola, è altrettanto difficile ed utile che saper suonare da solisti. Per invogliare i miei allievi a fare musica d'insieme, qualche anno fa formai un'orchestra di archi e sassofoni composta da 16 violini, 8 sassofoni contralti, 2 sassofoni tenori e 3 sassofoni baritoni. L'impasto timbrico si rivelò sorprendente. Il pubblico e la critica accorsero con entusiasmo l'esperimento.

Riguardo la scuola francese, comunque, mi preme aggiungere che sarebbe ora di sostituire i metodi francesi con altri italiani. È necessario convincere i compositori italiani a scrivere anche metodi didattici validi, oltre che opere concertistiche.

In questi ultimi cinque o sei anni le cattedre di sassofono in italia ci sono almeno quadruplicate, di chi il merito?

"Noi" abbiamo fatto una buona propaganda e "voi" avete aggiunto una maggiore e decisa spinta.

Vuole richiamare l'attenzione dei lettori su qualche problema particolare che le sta cuore?

Sì! Sulle 12 ore settimanali di insegnamento che noi sassofonisti facciamo in conservatorio contro 9 dei colleghi degli altri strumenti a fiato. Queste 3 ore in più ci vengono forse pagate? Come mai nessuno protesta?

Infine, vorrei richiamare l'attenzione sulla necessità di portare a 10 anni la durata del corso di sassofono, dato che i nuovi programmi ministeriali prevedono lo studio di un gran numero di materie complementari. In altri paesi, come la Francia, il sassofono in conservatorio si studia per 10 anni. Siamo, noi, forse più bravi di loro?

 


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